Venti poesie d'amore e una canzone disperata
Corpo di donna, bianche colline, cosce
bianche,
assomigli al mondo nel tuo gesto di abbandono.
Il mio corpo di rude contadino ti scava
e fa scaturire i figlio dal fondo della terra.
Fui solo come un tunnel. Da me
fuggivano gli uccelli
e in me irrompeva la notte con la sua potente invasione.
Per sopravvivere a me stesso ti forgiai come un'arma,
come una freccia al mio arco, come pietra per la mia fionda.
Ma viene l'ora della vendetta, e ti
amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del seno! Ah gli occhi d'assenza!
Ah le rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!
Corpo della mia donna, resterò nella
tua grazia.
Mia sete, mia ansia senza limite, mio cammino incerto!
Rivoli oscuri dove la sete eterna rimane,
e la fatica rimane, e il dolore infinito.
Nella sua fiamma mortale la luce ti avvolge.
Assorta, pallida, dolente, adagiata così
contro le antiche spirali del crepuscolo
che intorno a te gira.
Muta, amica mia,
sola nella solitudine di quest'ora di morte
e piena delle tante vite del fuoco,
erede pura del giorno distrutto.
Dal sole cade un grappolo sul tuo
vestito scuro.
Le grandi radici della notte
crescono improvvise dalla tua anima,
e riaffiorano in superficie le cose in te celate,
così che un popolo pallido e azzurro
da te appena generato si nutre.
Oh solenne e feconda e magnetica
schiava
del cerchio che in nero e oro succede:
fiera, cerca e trova una creazione tanto viva
che i suoi fiori soccombono, e di tristezza è piena
Ah immensità di pini, rumore d'onde che s'infrangono,
gioco lento di luci, campana solitaria,
crepuscolo che cala sui tuoi occhi, bambolina,
conchiglia terrestre, in te la terra canta!
Cantano in te i fiumi e la mia anima
li insegue
come tu vuoi e laddove a te piace.
Indicami la strada sul tuo arco di speranza
e libererò delirante il mio stormo di frecce.
Sto vedendo intorno a me la tua
cinture di nebbia
e il tuo silenzio incalza le mie ore braccate,
ed è in te, nelle tue braccia di pietra trasparente,
che ancorano i miei baci e la mia umida ansia si annida.
Ah la tua voce misteriosa che l'amore
colora e piega
nel tramonto che risuona e muore!
Così nelle ore profonde sui campi ho visto
Piegarsi le spighe nella bocca del vento
La mattina è gonfia di tempesta
nel cuore dell'estate.
Come bianchi fazzoletti d'addio
viaggiano le nubi,
il vento le scuote con le sue mani peregrine.
Cuore infinito del vento
che palpita sul nostro silenzio innamorato.
E ronza tra gli alberi, orchestrale e
divino,
come una lingua piena di guerre e di canti.
Vento che rapina fulmineo le foglie
secche
e devia le frecce palpitanti degli uccelli.
Vento che le travolge in onda senza
spuma
e sostanza senza peso, e fuochi inclinati.
Si rompe e sommerge il suo volume di
baci
combattuto sulla porta del vento dell'estate.
Perché tu possa ascoltarmi
le mie parole
si fanno sottili, a volte,
come impronte di gabbiani sulla spiaggia.
Collana, sonaglio ebbro
Per le tue mani dolci come l'uva.
E le vedo ormai lontane le mie parole.
Più che mie sono tue.
Come edera crescono aggrappate al moio dolore antico.
Così si aggrappano alle pareti umide.
È tua la colpa di questo gioco cruento.
Stanno fuggendo dalla mia buia tana.
Tutto lo riempi tu, tutto lo riempi.
Prima di te hanno popolato la
solitudine che occupi,
e più di te sono abituate alla mia tristezza.
Ora voglio che dicano ciò che io
voglio dirti
Perché tu le ascolti come voglio essere ascoltato.
Il vento dell'angoscia può ancora
travolgerle.
Tempeste di sogni possono talora abbatterle.
Puoi sentire altre voci nella mia voce dolente.
Pianto di antiche bocche, sangue di antiche suppliche.
Amami, compagna. Non mi lasciare. Seguimi.
Seguimi, compagna, su quest'onda di angoscia.
Ma del tuo amore si vanno tingendo le
mie parole.
Tutto ti prendi tu, tutto.
E io le intreccio tutte in una collana
infinita
per le tue mani bianche, dolci come l'uva.
Ricordo com'eri l'autunno scorso.
Eri il basco grigio e il cuore quieto.
Nei tuoi occhi lottavano i bagliori del crepuscolo.
E le foglie cadevano sull'acqua della tua anima.
Aggrappata alle mie braccia come un
rampicante,
le foglie raccoglievano la tua voce lenta e calma.
Falò di stupore in cui la mia sete bruciava.
Dolce giacinto azzurro curvato sulla mia anima.
Sento vagare il tuo sguardo e
l'autunno è lontano:
basco grigio, voce d'uccello e cuore famigliare
dove migravano i miei desideri profondi
e cadevano i miei baci allegri come braci.
Cielo dalla nave. Campo dai colli.
Il tuo ricordo è di luce, di fumo e di stagno quieto!
Oltre i tuoi occhi ardevano i tramonti.
Foglie secche d'autunno giravano nella tua anima.
Chino sulle sere, lancio le mie reti tristi
nei tuoi occhi oceanici.
Lì si tende e arde nella pira più alta
la mia solitudine che annaspa come un naufrago.
Lancio rossi segnali oltre i tuoi
occhi assenti
che ondeggiano come il mare sulla sponda di un faro.
Sorvegli solo le tenebre, femmina
distante e mia,
dal tuo sguardo talora emerge la costa dello spavento.
Chino sulle sere, getto le mie reti
tristi
in quel mare che scuote i tuoi occhi oceanici.
Gli uccelli notturni beccano le prime
stelle
che splendono come la mia anima quando ti amo.
La notte galoppa sulla sua cavalla
ombrosa
sparpagliando spighe azzurre sul campo.
Ape bianca, ebbra di miele, ronzi nella mia anima
e ti torci in lente sperali di fumo.
Sono il disperato, la parola senza
eco,
quello che ha perduto tutto, quello che tutto aveva.
Mio ultimo ormeggio, in te cigola la
mia ultima ansia.
Nella mia terra deserta sei l'ultima rosa.
Ah silenziosa!
Chiudi i tuoi occhi profondi. Lì
aleggia la notte.
Ah denuda il tuo corpo di statua timorosa.
Hai occhi profondi dove batte le ali
la notte.
Fresche braccia di fiore e grembo di rosa.
I tuoi seni sembrano conchiglie
bianche.
Si è addormentata sul tuo ventre una farfalla d'ombra.
Ah silenziosa!
Ecco qui la solitudine del luogo ove
non sei.
Piove. Il vento del mare caccia gabbiani erranti.
L'acqua cammina scalza per le strade
bagnate.
Da quell'albero si lamentano, come malati, le foglie.
Ape bianca, assente, ancora ronzi
nella mia anima.
Rivivi nel tempo, snella e silenziosa.
Ah silenziosa!
Ubriaco di trementina e di lunghi baci,
guido il veliero delle rose, estivo,
che volge verso la morte del giorno sottile,
posato sulla solida frenesia marina.
Pallido e ormeggiato alla mia acqua
famelica
incrocio nell'acre odore del clima aperto,
ancora vestito di grigio e di suoni amari,
e di un cimiero triste di spuma abbandonata.
Vado, duro di passioni, in sella
all'unica mia onda,
lunare, solare, ardente e freddo, repentino,
addormentato nella gola di felici
isole bianche e dolci come freschi fianchi.
Trema nella notte umida il mio abito
di baci
follemente carico di impulsi elettrici,
diviso in modo eroico tra i miei sogni
e le rose inebrianti che con me si cimentano.
Controcorrente, in mezzo a onde
esterne,
il tuo corpo parallelo si ferma tra le mie braccia
come un pesce per sempre incollato alla mia anima,
rapido e lento nell'energia subceleste.
Abbiamo perso anche questo crepuscolo.
Nessuno ci ha visto stasera mano nella mano
mentre la notte azzurra cadeva sul mondo.
Ho visto dalla mia finestra
la festa del tramonto sui monti lontani.
A volte, come una moneta
mi si accendeva un pezzo di sole tra le mani.
Io ti ricordavo con l'anima oppressa
da quella tristezza che tu mi conosci.
Dove eri allora?
Tra quali genti?
Dicendo quali parole?
Perché mi investirà tutto l'amore di colpo
quando mi sento triste e ti sento lontana?
È caduto il libro che sempre si prende
al crepuscolo
e come cane ferito il mantello mi si è accucciato tra i piedi.
Sempre, sempre ti allontani la sera
e vai dove il crepuscolo corre cancellando statue
Pablo Neruda